30.4.14

La spesa media settimanale? 40 euro. Non lo dice Pina Picierno, lo dicono le statistiche.


Strano Paese il nostro. Il Governo, come ormai sappiamo tutti, ha deciso di ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti della fascia medio bassa. Il vantaggio, per coloro che guadagnano tra gli 8.000 ed i 24.000 euro all'anno, sarà di 80 euro al mese. Per quelli che guadagnano tra i 24.000 ed i 26.000 euro il vantaggio scende gradualmente e si azzera dopo i 26.000 euro.
Si tratta di una manovra che riguarderà oltre 10.000.000 di lavoratori. Quasi la metà degli occupati nel nostro paese (circa 22.000.000, dati Istat).
Non ho memoria di un provvedimento di tale impatto da quando seguo la politica.
Ciò nonostante, la misura è stata accolta dai commentatori in maniera, per me, strabiliante.
Un'analisi seria del provvedimento, come quella che si legge sul sito lavoce.info, dimostra alcune incongruenze che andranno affrontate e certamente rimane enorme il problema degli incapienti e dei pensionati, esclusi dal provvedimento.
Tutto questo, però, non è entrato, se non marginalmente, nel dibattito. L'unica questione sollevata è stata sull'entità del bonus, descritto come mancia o addirittura elemosina da una parte dell'opposizione.
In particolare ha destato scalpore la dichiarazione di Pina Picierno, candidata capolista del PD alle elezioni europee nella Circoscrizione Sud, che, parlando del provvedimento ha detto, tra l'altro, "con 80 euro si fa la spesa per due settimane".
Apriti cielo. La reazione è stata paragonabile a quella che ha seguito le dichiarazioni di Berlusconi sui lager nazisti.
In particolare sui social network si è scatenato lo scherno (nella migliore delle ipotesi) e l'insulto nei confronti della deputata del PD.
Anche davanti alla dimostrazione fornita da molti, con tanto di scontrini, la polemica non si è placata.
La questione è diventata surreale. Sembra di essere tornati all'inizio della legislatura, scontrini dappertutto.
Io sostengo che Pina Picierno abbia detto una cosa sensata e che chi se n'è beffata non sa bene quali sono le condizioni di vita in Italia oggi.
Ma partiamo dai dati reali. L'istat ci dice una serie di cose importanti:
Nel 2012, il 29,9% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale.
La metà delle famiglie residenti in Italia ha percepito, nel 2011, un reddito netto non superiore a 24.634 euro l'anno (circa 2.053 al mese). Nel Sud e nelle Isole il 50% delle famiglie percepisce meno di 20.129 euro (circa 1.677 euro mensili).
Il reddito mediano delle famiglie, che vivono nel Mezzogiorno è pari al 73% di quello delle famiglie residenti al Nord; per il Centro il valore sale al 96%.
Il 20% più ricco delle famiglie residenti in Italia percepisce il 37,5% del reddito totale, mentre al 20% più povero spetta l'8%.
Ma scendiamo nel dettaglio.
In Italia il 16,8% delle famiglie non riesce a fare un pasto adeguato almeno ogni due giorni. Il 21,2% non riesce a riscaldare adeguatamente l'abitazione.
Le percentuali al sud sono, rispettivamente, il 24,9% ed il 36,4%.
Capiamo di cosa stiamo parlando? Una famiglia su quattro al sud non è in grado di mettere nel piatto cibo a sufficienza almeno ogni 2 giorni.
Il 14,5% delle famiglie italiane è definito dall'Istat in condizioni di "severa deprivazione materiale" in quanto presentano almeno quattro di questi sintomi di disagio: i) non poter sostenere spese impreviste, ii) non potersi permettere una settimana di ferie, iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni; v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione e: non potersi permettere: vi) lavatrice vii) tv a colori viii) telefono ix) automobile.
Al Sud il 48% degli individui, uno su due, è a rischio povertà ed esclusione sociale, in Italia lo è il 24,3% dei lavoratori dipendenti.
Ancora, nel 2011 l'8,9% delle famiglie ha dichiarato di non avere soldi a sufficienza per acquistare cibo. Al sud il 13,6%.
Se i fustigatori da social network avessero in mente queste statistiche, probabilmente avrebbero preso molto diversamente la dichiarazione di Pina Picierno.
Non siete ancora convinti?
L'Istat elabora anche i dati della spesa mensile media per famiglia:
La spesa media mensile per un operaio è di 490 euro al mese. A settimana, fanno 113 euro e stiamo parlando della media.
Ancora, la spesa per alimentari media di una famiglia del nord-est è di 451 euro (su 2800 euro totali). Sono 104 euro a settimana. Nelle isole la spesa media è ancora inferiore, 441 euro al mese su 1692 euro totali, 101,7 euro a settimana, incluse Pasqua, Natale ed Epifania (come si dice dalle mie parti).


Ovviamente la spesa varia a seconda dei componenti del nucleo familiare.
Un single che spende complessivamente circa 2.000 euro al mese, utilizza per la spesa 344 euro. A settimana fanno 74,5 euro, il 17,5% del reddito.


Visto che stiamo parlando di redditi che si aggirano intorno alla metà di quelli medi, vale a dire di famiglie che spendono complessivamente intorno ai 1.000, 1.200 euro, quanto sarà la spesa media in alimenti di queste famiglie? Se restassimo sulla stessa percentuale di incidenza, su un reddito di 1.100 euro la spesa sarebbe 192 euro al mese, 44 euro a settimana. Toh, siamo arrivati agli 80 euro di cui parlava la Picierno.
 Vogliamo utilizzare altre statistiche? L'Adoc ci dice che la spesa media mensile procapite degli italiani per alimenti è di 228,85 euro, pari al 15% del reddito. Fanno 52 euro a settimana (e stiamo parlando sempre di media). Addirittura se calcoliamo il 15% su 1100 euro risultano 38 euro a settimana.
Allora, chi è che vive sulla luna? Pina Picierno o i commentatori da salotto, mouse e telefonino?




16.4.14

La verità sulla modifica del 416-ter



Vista la gran caciara che si è scatenata sulla riforma dell'art. 416-ter, metto qui un piccolo promemoria, in modo che ognuno si possa fare la sua idea.
Partiamo dalla precedente formulazione dell'art. 416-ter - Scambio elettorale politico-mafioso:
La pena stabilita dal primo comma dell'articolo 416-bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416-bis in cambio della erogazione di denaro.
Nella vecchia formulazione, quindi, c'è un doppio richiamo all'art. 416-bis che recita:
Chiunque fa parte di un'associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da sette a dodici anni. [...]
L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.[...]
Veniamo ora alle modifiche approvate oggi in via definitiva.
Il 416-ter è oggetto di tentativi di modifica da anni. Se si inserisce "416-ter" nel motore di ricerca del Senato vengono restituiti 691 atti parlamentari. Ci sono proposte di modifica presentate già nel 2001.
La modifica che è stata approvata, invece, ha cominciato il suo iter parlamentare alla Camera il 16 luglio 2013. In quell'occasione fu approvato il seguente testo:
Chiunque accetta consapevolmente il procacciamento di voti con le modalità previste dal terzo comma dell'art. 416-bis in cambio dell'erogazione di denaro o di altre utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La stessa pena si applica a chi procaccia voti con le modalità previste nel primo comma.
Questo testo fu approvato anche dal Movimento 5 stelle. L'On. Micillo nell'intervento che ascoltate qui sotto parlò di quel provvedimento addirittura di un esempio di come "lavorare insieme è possibile", seppur rilevando l'auspicio di voler approvare un provvedimento con pene più alte.





Il provvedimento prosegue il suo iter.
Il 28 gennaio 2014 il Senato lo approva con questa formulazione (in neretto le modifiche):

Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis in cambio dell'erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità ovvero in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell'associazione è punito con la stessa pena stabilita nel primo comma dell'articolo 416-bis.La stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con le modalità di cui al primo comma
In questa formulazione, quindi, la pena viene fissata "da 7 a 12 anni" (per via del riferimento al 416-bis).

Il 3 aprile la Camera approva il testo modificandolo:
Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis in cambio dell'erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La stessa pena si applica a chi procaccia voti con le modalità indicate al primo comma.

Lo stesso identico testo viene infine approvato dal Senato oggi, 16 aprile 2014.

Questi i fatti.
Come chiunque può notare, il testo finale del provvedimento è abbastanza simile (uguale nella determinazione delle pene) a quello approvato in prima lettura il 16 luglio 2013, con l'approvazione anche del Movimento 5 Stelle e con la relazione positiva di Micillo. 
Cambiare idea è certamente lecito, così come è legittimo auspicare pene più severe, ma credo che Grillo dovrebbe spiegare agli italiani, visto che chiama mafiosi quelli che hanno approvato oggi la legge, se anche il Movimento 5 stelle sia stato mafioso il 16 luglio 2013. O, forse, più semplicemente, dovrebbe abbassare i toni e, magari, utilizzare quelli critici ma costruttivi che abbiamo sentito utilizzare da parte di Micillo alla Camera.

14.3.14

La differenza tra Berlusconi e Renzi è la data


Dal giorno della conferenza stampa di Matteo Renzi, quella con le slide che illustravano i provvedimenti che il Presidente del Consiglio stava annunciando, non si contano i paragoni con Silvio Berlusconi.
Ho già scritto in passato di quanto consideri incredibile l'ossessione berlusconiana che opprime una parte degli italiani, ma ciò che accade in questi giorni è davvero stupefacente.
D'accordo, siccome siamo tutti impressionati dalla capacità comunicativa di Renzi, quando andiamo a cercare termini di paragone il primo che ci troviamo davanti è Berlusconi. Certamente è improponibile il paragone con gli ex segretari e/o candidati premier del PD/DS/PDS (Bersani, Franceschini, Fassino, D'Alema, Rutelli, Prodi, forse l'unico che aveva un po' di carisma in più era Veltroni).
Ma veramente Berlusconi rappresenta un termine di paragone per Matteo Renzi?
Io credo davvero di no.
Berlusconi è un imprenditore (chiacchierato), i cui rapporti con la politica erano sostanzialmente improntati al chiedere favori in cambio di finanziamenti, che un bel giorno decide di "scendere in campo", schierare i propri dipendenti, stravolgere le obsolete forme di comunicazione politica. Una volta ottenuto il successo alle elezioni, non si può dire che Berlusconi abbia brillato come governante. Il suo primo governo è durato pochissimo, gli altri sono stati caratterizzati da coalizioni che si sfaldavano, scandali, gaffes, macchiette, ma davvero pochissimi risultati. Tant'è che nei 20 anni dalla discesa in campo (che ricorrono tra pochi giorni) il Paese è declinato sempre di più. Non solo per colpa di Berlusconi ma soprattutto per colpa di Berlusconi.
Renzi ha una storia totalmente diversa, tutta politica. Non è nuovo rispetto ai politici, casomai è un politico nuovo. Diventa Presidente della Provincia e poi Sindaco di Firenze, inventa la Leopolda, lancia la sfida al ceto politico del PD, prima perde, poi vince, poi diventa Presidente del Consiglio.
Non ha truppe da schierare, non si è preso il partito a suon di tessere, non ha fondato una corrente. 
Possiamo dire che ha vinto con e grazie alle sue idee, soprattutto quella della rottamazione, sfruttando il sentimento di stanchezza che il ceto politico ha suscitato in una società immobile da troppo tempo, nella quale una generazione, quella degli attuali trenta/quarantenni, è stata condannata a portare il peso dei fallimenti della generazione precedente.
Fin qui, quindi, nessuna analogia.
Sui contenuti? Berlusconi si è imposto con il nuovo miracolo italiano, la promessa di uno Stato liberale, la fine dei lacci e lacciuoli, la paura del nemico comunista, il mito dell'impresa contro lo spauracchio dello stato padrone.
Renzi parla di innovazione, di scuola, di efficienza, chiama gli elettori per nome e si fa chiamare per nome, rompe alcune liturgie, twitta.
Berlusconi faceva promesse vaghe e immaginifiche: meno tasse per tutti, nessuno rimanga indietro. Aveva una visione manichea, l'amore trionferà sull'odio e le faceva in campagna elettorale.
Renzi mette le date di scadenza alle cose che dice mentre è al governo: legge elettorale entro il 28 febbraio, 80 euro a chi guadagna meno di 1500 euro netti entro in busta paga il 27 maggio, auto blu all'asta entro il 26 marzo. 
Il libro dei sogni contro il file excel.
Il contratto con gli italiani siglato con la penna d'oro dietro una scrivania di mogano fatta portare artificialmente in uno studio televisivo, contro una conferenza stampa con le slides.

Rinfacciare a Berlusconi i suoi fallimenti era difficilissimo, diceva tante cose, senza una scadenza, il fact checking era impossibile.
Renzi ci ha dato scadenze a 20 giorni, a 30 giorni. Prima del voto per le europee di Maggio sapremo se erano fandonie o verità quelle che ci ha detto l'altro giorno.
Poi c'è da fare un discorso sull'accountability. Per Berlusconi la colpa delle cose che non gli riuscivano era sempre degli altri. I giudici comunisti, soprattutto, ma anche gli alleati recalcitranti, il Capo dello Stato, la crisi mondiale, il terremoto. Coltivava il mito della sua invincibilità e per perpetrarlo era disposto a trovare sempre negli altri la responsabilità dei fallimenti.
Renzi si prende tutte le responsabilità. Se non ci sono i soldi in busta paga a maggio, ha detto, sono un buffone. Nel discorso della sconfitta delle primarie 2012 non se l'è presa con le regole assurde che gli avevano imposto o, come molti a sinistra, con gli elettori che non l'avevano capito. Disse: la responsabilità è mia. Non si presenta, quindi, come l'invincibile, ma come uno che quando fallisce lo dice e se ne prende la colpa. Tra questi due atteggiamenti c'è una differenza mastodontica.

Un'ultima considerazione sulle date:
Molti si interrogano sull'utilità che può avere annunciare un provvedimento prima di averlo fatto, specialmente con scadenze così ravvicinate. La critica che ho letto di più, dopo la conferenza stampa, è "solo annunci, niente fatti".
Ci ho pensato ed io la vedo così: Renzi con le scadenze ottiene due effetti. Il primo: gli elettori hanno un dato da verificare, se lui fa quello che dice cresce la sua affidabilità.
Il secondo: Renzi è un Sindaco. Anche se ora è il Presidente del Consiglio, si sente un Sindaco, è abituato ad avere a che fare con gli uffici pubblici e considera la burocrazia dei ministeri nient'altro che la burocrazia di un comune in scala gigante. Chi ha lavorato in una pubblica amministrazione lo sa: non c'è niente che spinga gli uffici a lavorare come una data di scadenza, indispensabile per ottenere un risultato. Renzi applica lo stesso metodo anche con il Parlamento. Da Vespa ha detto: avevo annunciato che avremmo approvato la legge elettorale entro il 28 febbraio, l'abbiamo fatto il 12 marzo, ma se io non avessi annunciato la data del 28 febbraio non ce l'avremmo fatta nemmeno entro il 2014.
Ecco, parafrasando la fase di Walt Disney che Renzi ogni tanto cita, la differenza tra Berlusconi e Renzi è la data. Ah, poi ci sarebbe un'altra piccola differenza. Renzi è un uomo di centrosinistra. Berlusconi è un uomo di destra che si è finto di centro per convenienza politica.

4.2.14

Dirigenti pubblici pigliatutto. Un'altra malattia della Pubblica Amministrazione

Alla fine il dottor Mastrapasqua si è dimesso.
Non è stato semplice ottenere che l'ex Presidente dell'Inps, detto anche "Mr. 25 poltrone", lasciasse l'incarico. Mastrapasqua dev'essere un tipo molto determinato, uno che, ad esempio, non si ferma di fronte ad una condanna per aver ottenuto la laurea fraudolentemente.
Certo, è stato riabilitato, come ci tiene a sottolineare, dal Tribunale di Sorveglianza. E la riabilitazione dev'essere stata davvero convincente per lo Stato italiano, che non sapeva più cos'altro fargli fare. 25 incarichi, guadagna circa 1 milione e 300.000 euro all'anno, più di 3 volte le prebende di Barack Obama, per dire. Non voglio neanche entrare nelle vicende giudiziarie in cui da ultimo è stato coinvolto il dott. Mastrapasqua. Mi preme, invece, approfondire un altro aspetto.
Non è la prima volta, in Italia, che la questione dei doppi incarichi per i manager pubblici viene alla ribalta. Nel 2008 Antonello Caporale, attualmente al Fatto quotidiano, dalle pagine di Repubblica sollevò il caso di Francesco Verbaro, incaricato multiplo all'epoca a capo del Dipartimento della Funzione Pubblica (ministro era Brunetta).
Roberto Perotti e Filippo Teoldi sul sito lavoce.info hanno analiticamente elencato leretribuzioni dei dirigenti pubblici, dopo che qualche giorno prima lo stesso Perotti aveva dimostrato la sproporzione tra le somme pagate in Italia e nel Regno Unito. Dirigentisuperpagati, dunque, talmente bravi da ricoprire spesso incarichi multipli. Tutto ciò dovrebbe essere sintomo di uno Stato capace di distinguere i meritevoli dagli altri, uno Stato in grado di premiare chi porta risultati.
E invece no. D'accordo, ora assistiamo al solito tiro al piccione, ma dai commenti di questi giorni scopriamo che già la ministra Fornero avrebbe voluto sostituire Mastrapasqua, manon ci riuscì a causa di resistenze (a proposito professoressa Fornero, forse sarebbe il caso di essere un po' più chiara: ma chi è che oppose resistenza? Detta così sembra che la colpa sia dei soliti poteri forti, un po' complottista come teoria) e scopriamo anche che la gestione dell'INPS non è proprio da incorniciare.
E allora, ci chiediamo, come funziona? Un dirigente dal passato non proprio cristallino, che il Ministero voleva sostituire già 2 anni fa, la cui gestione è in perdita, perché continua ad accumulare incarichi pubblici?
E come si concilia tutto ciò con una pubblica amministrazione assolutamente incapace di premiare il merito tra i propri ranghi, tanto che a più di 4 anni dal d.lgs. 150/09 (nonostante l'ex Ministro Brunetta si vantasse) assolutamente niente è stato fatto nella direzione della meritocrazia e, anzi, vi sono vistosi segnali di esplicita retromarcia?
In tutto questo, lo si noti, il problema delle responsabilità non è stato tenuto in nessuna considerazione, né dalla politica (che si è affrettata a chiedere le dimissioni di Mastrapasqua da Presidente dell'INPS, ma niente risulta detto sugli altri 24 incarichi), né dai media. Nessuno, ad esempio, è andato a chiedere conto ai responsabili delle nomine. Nessuno che abbia chiesto al responsabile della venticinquesima nomina: ma scusi, secondo lei dove lo trovava Mastrapasqua il tempo per dedicarsi anche a questo incarico? E ora che il nodo è venuto al pettine, non sarebbe il caso di chiedere conto dei risultati ottenuti in quei 24 incarichi?
Il Jobs Act presentato da Matteo Renzi qualche settimana fa presentava anche un passaggio sull'abolizione dei dirigenti pubblici di ruolo. Il segretario del PD è stato impegnato nella definizione della legge elettorale e, quindi, la cosa è passata un po' in secondo piano. Spero che il discorso venga ripreso presto e che sulla dirigenza pubblica si faccia un discorso serio a proposito del merito e dell'accountability, che vengano finalmente proposte norme concrete sulla trasparenza e sulla corruzione (la Commissione Europea ci ha appena, per l'ennesima volta, bacchettato sul tema).
Una Pubblica Amministrazione efficace e trasparente è condizione imprescindibile per ridare competitività all'Italia. Il Disegno di Legge sui doppi incarichi di Presidenti ed Amministratori degli Enti Pubblici Nazionali è cosa giusta, ma assolutamente insufficiente a risolvere una questione che è di sistema.

L'Electrolux non è l'Italia. Non aspetta

Al di là delle esternazioni sulla irricevibilità del piano presentato dalla Electrolux e delle dichiarazioni altalenanti con cui il Ministro Zanonato ci aggiorna sul tavolo instaurato con l'azienda, ci sono alcune considerazioni che vanno fatte e che non riguardano specificamente questa crisi.
Certo, considerando il numero di lavoratori occupati dalla Electrolux, la politica fa benissimo ad occuparsi del caso, a trattare per cercare una soluzione che salvaguardi quanto più possibile l'occupazione e la retribuzione dei lavoratori, ma l'impressione è che questa trattativa, come tante altre alle quali abbiamo assistito negli ultimi anni, potrà rallentare ma non cambiare le scelte strategiche dell'impresa.
Electrolux negli ultimi 10 anni ha aperto o ampliato stabilimenti in Polonia, Ungheria, Messico, Tailandia, Cina e Russia. E la chiusura degli insediamenti nei paesi dell'Europa Occidentale non è una novità di questi giorni. È scritto chiaramente nel lororapporto di sostenibilità del 2004, a pagina 10:
Mentre un mercato sempre più competitivo obbliga Electrolux a ridurre il numero di stabilimenti in alcuni Paesi, ci proponiamo di gestire responsabilmente l'impatto di questi cambiamenti sui dipendenti e sulle comunità.
E l'Electrolux non è l'Italia, non può aspettare all'infinito le nostre riforme. Un'impresa non si lascia ipnotizzare dalle promesse ventennali, non si può ingannare all'infinito. In un articolo su Repubblica intitolato sinistramente "La fretta cattiva consigliera", Vincenzo Visco indicò, come primo punto della necessaria riforma del sistema fiscale italiano, la riduzione del costo del lavoro. Era il 1994. Sono passati 20 anni e la questione è ancora irrisolta.
Ora, per affrontare le, purtroppo, tante crisi aziendali che già ci sono o stanno per palesarsi (si parla di centinaia di vertenze e di oltre 120.000 lavoratori coinvolti
possiamo continuare a temporeggiare, come abbiamo fatto sinora. Magari gridando allo scandalo se un'impresa ci fa sapere che il differenziale tra i costi che deve sostenere in Italia e quelli polacchi è troppo alto. Oppure possiamo finalmente intraprendere la strada delle riforme. Sul tavolo c'è già il Jobs act presentato da Renzi. Non è la panacea di tutti i nostri mali, ma è un inizio.
Certo, forse avremmo bisogno di un governo più autorevole, più deciso. Ma la situazione è quella che è e dopo l'accordo raggiunto sulla legge elettorale, paradossalmente le elezioni si allontanano. C'è, dunque, il tempo ed il modo per intervenire sulle grandi questioni che riguardano la semplificazione, la riduzione del costo del lavoro e, soprattutto, le scelte di politica industriale che da troppo tempo mancano.
Politicamente, il governo Letta si trova davanti ad una strada obbligata. Secondo gli ultimi sondaggi, più di 6 italiani su 10 hanno un giudizio negativo sull'operato della compagine di governo. L'interventismo di Renzi ed il tentativo di riconquistare la scena politica da parte di Berlusconi rischiano di far tramontare il governo voluto fortemente, neanche un anno fa, dal Presidente Napolitano per affrontare le emergenze del Paese. Anche tutto ciò potrebbe giocare a favore delle riforme. Letta e Alfano si giocano tutto nei prossimi mesi. Speriamo che non sia l'ennesima occasione mancata.

30.1.14

Il cavallo di Caligola in Parlamento ci va con qualunque sistema

Pubblicato su Huffington Post il 28 gennaio 2014
Da quando Matteo Renzi ha incontrato Berlusconi al Nazareno ed ha chiuso l'accordo sulla nuova legge elettorale si è scatenato un dibattito partecipatissimo. Da popolo di commissari tecnici per eccellenza ci siamo trasformati in popolo di costituzionalisti ed esperti di sistemi elettorali.
Il tema che, più degli altri, ha scosso le coscienze è quello delle preferenze. Berlusconi non le vuole in nessun modo. Il PD che fino a ieri non era disposto ad accettarle a nessun costo è ora spaccato e, precisamente, il neo segretario dice di essere in teoria per le preferenze ma di aver accettato i collegi plurinominali come compromesso mentre la minoranza si è scoperta improvvisamente innamorata del voto personale (su YouTube gira questo video sarcastico del quale, tuttavia, colpiscono i toni perentori contro le preferenze utilizzati dalla vecchia dirigenza). I partiti più piccoli, dal Nuovo Centro Destra all'UDC si erano da tempo schierati per le preferenze e ora tengono il punto.
Ma è davvero questo il nocciolo della questione? Davvero all'improvviso il sistema attraverso il quale si seleziona un deputato è sintomo di maggiore o meno democrazia?
Si dirà che per anni il porcellum è stato (a parole) criticato da tutti per essere un sistema che "non consente ai cittadini di scegliere chi mandare in Parlamento". La considerazione è senz'altro giusta, ma corrisponde al vero? I partiti hanno realmente utilizzato il porcellum per mandare in Parlamento chiunque, ricordando il famoso aneddoto di Caligola e del suo Cavallo potenziale senatore?
Io non la penso così. Vediamo perché.
I numeri.
Senza troppi sforzi, sul sito della Camera sono disponibili le statistiche relative ai deputati delle ultime 4 legislature prima di quella attuale. Nelle prime due si è votato con il mattarellum (1996 e 2001), nelle ultime due con il porcellum (2006 e 2008). Se andiamo a confrontare il tasso di ricambio, ovvero la percentuale di neo deputati, notiamo dati assolutamente omogenei: gli eletti per la prima volta alla Camera sono stati 281 nel 1996, 285 nel 2001, 300 nel 2006 e 282 nel 2008. Secondo il fan club delle preferenze i partiti attraverso il sistema delle liste bloccate avrebbero tolto ai cittadini il diritto di scegliere. I numeri ci dicono che su 4 legislature, in un intervallo di 12 anni, non solo il dato relativo ai deputati neoeletti è costante, ma è del tutto evidente che i partiti non hanno approfittato del porcellum per stravolgere il Parlamento.
La memoria.
Io ero piuttosto giovane, ma il movimento referendario del 1991 e del 1993 me lo ricordo bene. Per l'abolizione della preferenza multipla votarono quasi 27 milioni di italiani. Il 95,6% dei votanti. Fu un vero e proprio plebiscito ed è bene ricordare che tra i referendum per i quali il movimento guidato da Mario Segni raccolse le firme c'era anche quello per rendere uninominale il sistema con il quale venivano eletti i senatori. Referendum che fu riproposto 2 anni più tardi ed al quale gli italiani risposero con un assordante coro di quasi 29 milioni di sì. Fu a seguito di quei referendum che venne approvato il mattarellum, sistema maggioritario con riserva proporzionale, e non furono in pochi a criticarlo proprio per il mantenimento di una quota proporzionale. Tant'è vero che nel 1999 ci si riprovò. Ancora attraverso un referendum si tentò di abolire definitivamente la quota proporzionale del mattarellum, per renderlo totalmente maggioritario. L'obiettivo fu letteralmente sfiorato. L'affluenza si fermò al 49,6% ed il proporzionale restò in vita, nonostante gli oltre 21 milioni di sì. Dunque, ancora nel 1999, appena una manciata di anni fa, un vasto movimento di opinione vedeva nel superamento del sistema proporzionale e del meccanismo delle preferenze un elemento di modernità e di pulizia (nel 1999 lo schieramento referendario era guidato da Occhetto e Di Pietro).
I collegi sicuri, i nominati ed i paracadutati.
In molti, tra quelli che criticano l'Italicum, asseriscono che il collegio plurinominale, attraverso il listino bloccato, ancorché corto, non consentirebbe realmente ai cittadini la piena libertà di voto. Ma il mattarellum era davvero un sistema che consentiva ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti? In realtà, mattarellum vigente, si parlava spesso di collegi sicuri, incerti e perdenti, ovvero della suddivisione dei collegi elettorali in base all'orientamento storico dimostrato alle elezioni precedenti. Le possibilità di essere eletti per uno schieramento in alcuni collegi rasentava la sicurezza, come dimostrarono i casi di Antonio Di Pietro eletto nel Mugello e di Bobo Craxi eletto a Trapani.
Si parlava in questi casi di paracadutati, ovvero di candidature totalmente estranee ai territori, calate dall'alto per tutelare qualche pezzo da 90 della nomenclatura o, sovente, per assicurare il seggio sicuro a qualche alleato altrimenti recalcitrante. Andando a cercare tra gli articoli di cronaca dell'epoca mattarellum si scopre che, ad esempio, l'Ulivo nel 2001 considerava sicuri "solo" 118 collegi. Alle elezioni il centrosinistra avrebbe conquistato 183 seggi, compresi quelli ottenuti con il riparto della quota proporzionale a seguito dello scorporo. Il che significa che la dirigenza dei partiti dell'Ulivo, all'epoca, nominò quasi completamente la propria rappresentanza in Parlamento. Roberto Gritti in "Frammenti di Seconda Repubblica" (Nuova Cultura Editore) con uno studio molto approfondito dimostra come, a seguito dell'alleanza di centro destra che includeva la Lega, nel Nord Italia nel 1994 i collegi considerati "sicuri" erano addirittura il 79% del totale. Se, anche in questo caso, aggiungiamo la quota di parlamentari che venivano recuperati con il proporzionale (lo ricordiamo, con un listino bloccato), arriviamo alla conclusione che quasi il 100% dei deputati di Centro destra del 1994 furono letteralmente cooptati dalle segreterie di Lega e Forza Italia. Con buona pace del diritto di scegliere dei cittadini.
Dagli ai partiti.
Dunque, l'impressione è che l'opinione pubblica da tangentopoli in poi si orienti semplicemente in maniera antitetica ai partiti più rappresentativi. Maggioritari quando la DC era proporzionalista, anti preferenze quando Craxi invitava ad andare al mare, a favore delle preferenze e tendenzialmente proporzionalisti oggi che PD e Forza Italia hanno trovato un accordo su una legge maggioritaria che non prevede le preferenze.
Non c'entra niente il diritto di scegliere i propri rappresentanti che, come abbiamo visto sopra, è sempre stato (e sempre sarà, com'è giusto che sia in un sistema di democrazia indiretta) saldamente nelle mani dei partiti.
C'entra, piuttosto, una certa riottosità italiana al cambiamento, specialmente quando questo sembra a portata di mano. Gli indignados nostrani, i cui vizi ha magistralmente descritto Sergio Fabbrini sul Sole 24 ore, sembrano muoversi come un pendolo, oscillando da una posizione all'altra a seconda di come si muovono i partiti maggiormente rappresentativi o, per dirla come si usa oggi, la casta.
Questo ci conduce al reale nocciolo della questione. Il rapporto tra governanti e governati, la selezione delle classi dirigenti e la loro accountability. Sarebbe forse il caso di smettere di cercare di impedire a Caligola di nominare senatore il proprio cavallo e di cominciare a chiedersi come individuare, riconoscere e sanzionare le responsabilità del cavallo e, di conseguenza, di Caligola.

26.1.14

Risvegli.



Ce lo ricordiamo tutti il bellissimo film con Robert De Niro e Robin Williams.
Mutatis mutandis, una buona parte dei politici e dei commentatori in questi ultimi 7 giorni mi rammentano gli ammalati raccontati nel film di Penny Marhall.
Se ne stavano lì, catatonici, come negli ultimi 20 anni. Pronti a recitare a memoria la stessa parte.
Gli antiberlusconiani a parole, gli alfieri della sinistra giusta, a crogiolarsi nei loro "nella misura in cui". Poi, un giorno, sono arrivate le primarie dell'8 dicembre 2013. 2 milioni di barbari hanno eletto Matteo Renzi a capo del PD. E all'improvviso, eccoli: risvegli.
Da allora è un susseguirsi di dichiarazioni e prese di posizione. Gente che si vergogna che ci si incontri con Berlusconi dopo aver governato con la fiducia di Berlusconi. Pasdaran delle preferenze che pochi mesi fa le consideravano come il male assoluto. Paladini della rappresentanza dei piccoli partiti che scrivevano articoli contro la frammentazione politica. Tutto ed il suo contrario.
Il perché è semplice: la legge elettorale non c'entra niente. E' una questione di orgoglio personale. Ci hanno raccontato per 20 anni che non era possibile, che il fallimento era nelle cose e non nella loro scarsa attitudine alla politica. E invece non è così. Le cose si possono fare. Gli obiettivi si possono raggiungere.
Non era impossibile, erano loro che erano scarsi. Molto, molto semplicemente.
Ah, il film finiva con i catatonici che tornavano catatonici.

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