13.2.12

Perché il PD le primarie può solo perderle

Anche a Genova. Come già era successo a Milano, in Puglia e in innumerevoli altri casi (googlando "il pd perde le primarie" si ottengono la bellezza di 2730 risultati) anche le primarie per scegliere il candidato sindaco del centrosinistra nel capoluogo ligure restituiscono un risultato a sorpresa. A sfidare il centrodestra non sarà la sindaca uscente Marta Vincenzi e nemmeno la portatissima Roberta Pinotti. Sarà l'indipendente Marco Doria a rappresentare la coalizione di centrosinistra. Ovviamente le reazioni si sprecano. Si va dal pacato Civati alle irridenti cronache del Giornale e di Libero. Si sprecano i paragoni con le tante elezioni primarie in cui il PD non è riuscito a far vincere il proprio candidato (qui l'analisi di Caldarola) e da più parti si incita a presentare il conto al PD ligure . Dal mio punto di vista, invece, il punto è un altro ed è molto semplice. La sproporzione elettorale tra il PD e gli altri partiti del centrosinistra (qui qualche dato elettorale di SEL) è tale che il PD le primarie può solo perderle. Ogni volta che il PD indica ufficialmente un candidato, se questo vince è del tutto ovvio. Se perde è una disfatta. Ha ragione Follini a chiedere al partito di pensarci su? Secondo me sì. Secondo me le primarie di coalizione sono una fesseria ed il fatto che i cittadini, invece, ci sono così affezionati vuol dire una cosa sola: che non si fidano del PD.

9.2.12

Ma è vero che in Italia è impossibile licenziare?

Riprendo questo blog che non aggiorno da tempo per dire due cosette, stupide, quasi insignificanti, sul famigerato articolo 18 dello statuto dei lavoratori, di cui si parla (a seconda dei casi) come se fosse la causa di tutti i mali o, viceversa, la soluzione di tutti i problemi. Per amore di verità e per stanchezza rispetto alle tante idiozie che ascoltiamo/leggiamo sul punto tutti i giorni, vorrei mettere nero su bianco i fatti, niente di più e niente di meno. Innanzitutto cosa recita l'art. 18 della L. n.300 del 1970? Dice così:
Art. 18. Reintegrazione nel posto di lavoro. 1. Ferme restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro [...]
Primo fatto: L'art. 18 si applica nei casi in cui un giudice dichiara inefficace o annulla un licenziamento. Sembra banale ribadirlo, ma siccome mille volte mi è toccato ascoltare cose del tipo "basta con il fatto che un datore di lavoro è costretto a riassumere uno che rubava (o non lavorava, o era l'amante della moglie del padrone, etc. etc. e ci sono anche esempi illustri di tali falsità)" è bene chiarirlo: se un datore di lavoro licenzia legittimamente un proprio dipendente, in nessun caso sarà tenuto a reintegrarlo. Ma quand'è che un licenziamento è legittimo? La normativa di riferimento in questo caso è costituita dal Codice civile e dalla citata L. n.604/66. Vediamola
Art. 2119 del Codice Civile Recesso per giusta causa. Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede, per giusta causa compete l'indennità indicata nel secondo comma dell'articolo precedente.
Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell'imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell'azienda.

Legge n.604/66 
Art. 1 Nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato, intercedente con datori di lavoro privati o con enti pubblici, ove la stabilità non sia assicurata da norme di legge, di regolamento e di contratto collettivo o individuale, il licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa ai sensi dell'art. 2119 del Codice civile o per giustificato motivo. 
Art. 2 (1) 1. Il datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, deve comunicare per iscritto il licenziamento al prestatore di lavoro. 2. Il prestatore di lavoro può chiedere, entro 15 giorni dalla comunicazione, i motivi che hanno determinato il recesso: in tal caso il datore di lavoro deve, nei sette giorni dalla richiesta, comunicarli per iscritto. 3. Il licenziamento intimato senza l'osservanza delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2 é inefficace. 4. Le disposizioni di cui al comma 1 e di cui all'articolo 9 si applicano anche ai dirigenti.
Art. 3 Il licenziamento per giustificato motivo con preavviso é determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa.
Art. 4 Il licenziamento determinato da ragioni di credo politico o fede religiosa, dall'appartenenza ad un sindacato e dalla partecipazione ad attività sindacali é nullo, indipendentemente dalla motivazione adottata. 

Art. 5 L'onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro

[...]

Art. 8 Quando risulti accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, il datore di lavoro é tenuto a riassumere il prestatore di lavoro entro il termine di tre giorni o, in mancanza, a risarcire il danno versandogli un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 6 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo al numero dei dipendenti occupati, alle dimensioni dell'impresa, all'anzianità di servizio del prestatore di lavoro, al comportamento e alle condizioni delle parti. La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai venti anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro.
Secondo fatto: il datore di lavoro può procedere legittimamente ad uno o più licenziamenti individuali quando ricorrano un giusta causa od un giustificato motivo, soggettivo od oggettivo. Non mi dilungherò su cosa sia da ricomprendere nell'una e nell'altra fattispecie. I link che ho inserito riportano delle spiegazioni abbastanza esaustive di un sito istituzionale (la regione Lazio), e chi avrà la pazienza di leggere troverà sicuramente una risposta ad ogni dubbio. Qui ci interessa chiarire che, dunque, in Italia, nel 2012, licenziare legittimamente un dipendente è possibile. E non è possibile solo in pochi e sporadici casi. Si può licenziare qualcuno perché ha accusato il suo superiore senza prove, perché ha uno scarso rendimento, perché ha rubato in azienda, perché ha consentito che terzi utilizzassero il proprio pc aziendale contenente dati riservati, perché ha istigato i colleghi al sabotaggio, perché timbra al posto del collega e per altre decine di motivi che chiunque può trovare con una ricerca su google o direttamente sul sito della Cassazione. Cos'è, allora, che non va nell'art.18? Perché, nonostante gli Italiani si siano dichiarati apertamente contrari, in occasione del Referendum del 2003 alla sua abolizione, gran parte dei media e l'intero centrodestra italiano vedono questa norma come e peggio del fumo negli occhi? A questa domanda non voglio rispondere. Ognuno si faccia la sua idea. Io voglio solo che si sappia che ogni volta che qualcuno dice che in Italia è impossibile licenziare, mente. In Italia è solo sanzionato con la reintegrazione nel posto di lavoro il licenziamento ingiustificato o discriminatorio. Nel primo caso quando avviene in una azienda che impiega più di 15 lavoratori, nel secondo caso a prescindere dalla dimensioni dell'azienda.

2.9.11

Libri più cari, il dibattito si accende.

Dall'altro ieri i libri costano di più. E' l'effetto della legge Levi, di cui abbiamo ampiamente parlato. (Per inciso, Riccardo Franco Levi, PD, primo firmatario della legge in parola è anche il padre della celebre legge ammazza blog che da qualche anno vaga per le commissioni del nostro Parlamento. Non c'è che dire, bel CV per il Levi). Registriamo qualche voce interessante nel dibattito e ne diamo conto. Innanzitutto, linkiesta scodella due articoli sull'argomento: un articolo di Simone Trebbi ed una lettera ricevuta dal Ceo di Anobii. Ci piace segnalare anche il punto di vista dei lettori, sullo splendido magazine Finzioni. Ma vi siete persi le puntate precedenti? Don't worry, c'è lo storify di jumpinshark. Infine, Anche nell'AIE si leva qualche voce dissonante. Nonostante, infatti, gli editori esultino come se avessero avuto un bonus fiscale (ma non era una legge per le piccole librerie??) c'è qualche illuminato come Mario Guaraldi che non le manda a dire . Aspettiamo che ulteriori voci si cimentino nel dibattito. Nel frattempo registriamo che più di qualcuno, in rete, ha cominciato una personale astensione dall'acquisto dei libri, specialmente in libreria. Vedremo come va a finire.

4.8.11

Ancora sulla legge che mette un tetto allo sconto sui libri.



Sì, lo so, mentre mezza Italia parla di spread e l'altra mezza è intenta a spalmarsi l'olio solare, questo mio insistere a parlare della legge che mette un tetto agli sconti sui libri è sicuramente fuori luogo. Siccome, però, sono abituato ad essere fuori luogo, me ne sbatto e cerco interlocutori sull'argomento. Su Twitter ho avuto una piacevole chiacchierata con il collettivo Wu Ming e la riporto di seguito:
thiswas: mo l'avete letta la legge anti sconti sui libri? Che ne pensate? Mi interessa molto la vostra opinione.
Wu Ming Foundation: a bocce ferme faremo un post. L'idea di fondo: brutta legge, e al contempo sconti = falso problema, se posto come leggiamo in rete.
Lascia perplessi vedere tanti non accorgersi che stanno cadendo in una trappola ideologica neoliberista (la "mano invisibile").
L'inghippo sta nella peculiarita' della merce-cultura. Ma non si riesce a parlarne su Twitter, tempo al tempo, pazienza, lucidità.
Per ora basti questo: inquieta come persone che normalmente lo aborrono in ogni altro contesto e settore, parlando di libri come se niente fosse sposino il piu' bieco darwinismo sociale e dicano che i librai indipendenti meritano l'estinzione.
thiswas: Per me i piccoli librai non c'entrano. La legge è un favore alle grandi catene e contro Amazon.
WMF: Il fatto che questa legge non le tuteli davvero non vuol dire che le librerie indipendenti non c'entrino
WMF: Il fatto che grandi oligopolisti potessero fare mega-sconti proibitivi per chiunque altro ha fatto morire le librerie come mosche. Il risultato e' stato proprio l'avanzare nelle citta' delle grandi catene, con impoverimento a tutti i livelli.
WMF: Se si attacca questa legge come se venisse dal nulla e fosse stata concepita nel vuoto, guardando solo al tetto x gli sconti agitando per giunta retoriche liberiste sul fatto che il mercato andrebbe sempre e comunque "lasciato fare" si rischia di non capire bene quali siano i veri giochi e quali le tendenze davvero devastanti. Chi fa l'apologia di come sono andate le cose negli USA, evidentemente non sa quanto orridamente livellati e tutti uguali siano la maggior parte dei centri urbani dell'America vera. Magari ha visto solo New York da turista :-)
thiswas: Colpisce l'unanimismo dimostrato dal Parlamento. Toni trionfalistici. E rimane una domanda. Le grandi librerie servono a vendere libri o è vero il contrario? perché se devono vendere i libri di Vespa e Scilipoti... non è meglio che chiudono?
WMF: i politici italiani sono unanimi su tantissime cose, anche quando fingono di litigare. La bozza della legge risale a quando amazon.it non esisteva, ed era anche peggio. Il punto e' che va criticata *nel modo giusto* perché se x criticarla si pretende che facciamo concessioni al liberismo, nein danke.
thiswas: già. Ma ora che un grande negozio online riesce a far sconti maggiori degli oligopolisti... ecco la legge.
WMF: su questo stai tranquillo, questa legge è già obsoleta e aggirata prima ancora di entrare in vigore e gli sconti comunque sono appariscenti, ma nella sostanza hanno nascosto l'aumento costante del prezzo dei libri. In 12 anni il prezzo di Q e' aumentato di 4 euro. E' il 20%. Il corrispettivo sconto e' come i finti saldi di certi negozi.
thiswas: Il liberismo non può andare "bene" solo quando si affama il proletariato. Con questa legge chi ha poco può leggere di meno. Senza sconti chi vuole compare Q lo paga semplicemente 4 euro in più. E domani, probabilmente, saranno 5.
WMF: Gli sconti ci saranno sempre, troveranno formule per aggirare il tetto. Poi Amazon vendera' anche usato e remainders, come altrove
thiswas: Grazie mille a @Wu_Ming_Foundt per l'intenso scambio di opinioni di stamane.Anche se giocoforza spezzettata, è stata una bella discussione.
WMF: @thiswas_ grazie a te. Come si diceva qualche giorno fa, twitter si presta poco a quest'uso, ci torneremo sopra in modi e luoghi consoni.

25.7.11

Utøya


In Norvegia ci sono stato due volte. L'ho girata in treno ed in camper e l'ho sempre descritta a tutti come il posto più bello in cui sia mai stato. La Norvegia ce l'avevo nel cuore già prima, per quella natura imperiosa, certo, ma soprattutto per la civiltà che si respira ad ogni passo, per il rispetto che permea i rapporti interpersonali, anche quelli routinari che può sperimentare qualunque turista.
La notizia della strage del 22 luglio l'ho ricevuta mentre mi trovavo su di un'altra isola, Procida, a migliaia di chilometri di distanza. E mi ha straziato. Le parole del primo ministro Stoltenberg e di tutta la classe dirigente e religiosa norvegese sono la conferma di quanto forti, radicati ed inestirpabili siano i valori della Norvegia. Bisogna essere davvero un popolo straordinario per parlare di solidarietà, democrazia, apertura e unione il giorno dopo che decine di ragazzi sono stati sterminati a sangue freddo.
Beh, i norvegesi sono così: straordinari ed il loro modello di società rimane quanto di meglio l'Europa ed il mondo intero siano stati capaci di produrre. Jeg elsker Norge. Ikke endre.

21.7.11

Sconto sui libri? Max 15%


Il Senato della Repubblica ha approvato, il 20 luglio 2011, nella distrazione generale, la legge (in attesa di pubblicazione) recante la "Nuova disciplina del prezzo dei libri"
Si tratta di un provvedimento che entrerà in vigore dal 1° settembre 2011 e che ha per oggetto la percentuale massima di sconto sul prezzo di copertina praticabile dalle librerie. Fortemente appoggiato dall'Associazione italiana editori , il provvedimento ha l'obiettivo esplicito di colpire i giganti della distribuzione online come IBS e, soprattutto, Amazon, con il benestare del mondo politico unanime (eccezion fatta per i radicali).
Qualche breve considerazione critica sul punto (non siamo i soli). Per difendere le librerie si cerca di limitare la competitività dei distributori on line. Amazon e IBS offrono libri scontati del 40% e oltre, mentre in libreria lo sconto medio è del 5-10%. Allora, si dev'essere detto il legislatore, limitiamo per legge lo sconto possibile. Tutto bene? Ma neanche per sogno. Innanzitutto, da domani in poi immagino che provvedimenti simili vengano presi per tutte le categorie merceologiche passibili di vendita tradizionale e online. Vestiti, scarpe, borse, articoli sportivi, giocattoli, francobolli, articoli informatici, CD, DVD e chi più ne ha più ne metta. Cos'hanno, infatti, le piccole librerie di giuridicamente diverso dalle piccole rivendite di scarpe e dai piccoli negozi di articoli sportivi? A mio avviso, niente e immaginiamo che da domani cominci la questua delle associazioni di categoria per avere, anche loro, prezzi imposti per legge. La legge è sbagliata e, come rileva il Direttore Generale dell'Istituto Bruno Leoni, rappresenta solo l'ennesima dimostrazione di incompetenza e arretratezza della nostra classe politica. Ma quello che nessuno ha pensato è che la legge è anche inutile. Ad Amazon ed IBS ed a chiunque altro voglia aggirare lo stupido divieto basterà distribuire sconti attraverso i punti fedeltà o i buoni acquisto, fattispecie non prevista (e quindi non vietata) dal testo approvato.
Andiamo avanti così. Facciamoci del male.

6.7.11

Il PD, la Casta e le Province semprevive


Come si affretta a spiegare il fonatissimo deputato PD Andrea Sarubbi sul suo blog il partito di Bersani si è astenuto sulla proposta di legge costituzionale dell'IDV che mirava ad abolire le Province. Già, le Province. Quegli enti il cui costo qualcuno ha calcolato in 14 miliardi di euro l'anno.
Sarubbi (appena uscito dal parrucchiere), Bersani, Franceschini hanno spiegato la loro proposta seria. Proposta che, lo sanno benissimo i capintesta del PD, non ha nessuna possibilità di essere approvata. Ieri, invece, i numeri per approvare la proposta dell'IDV c'erano. Si badi, questo non avrebbe significato approvare la legge, che avrebbe dovuto continuare il suo iter (aggravato, per giunta, come prevede l'art. 138 della Costituzione). Sarebbe stata, però, una bella presa di posizione. Una base sulla quale imbastire anche un discorso parlamentare diverso. Invece no. Hanno votato per il mantenimento dello status quo. Che significa mantenimento della Casta. Proprio nel giorno in cui il Censis ci svela che quasi la metà dei giovani che attualmente hanno un lavoro percepiranno una pensione inferiore ai 1000 euro. E la differenza che c'è tra i 1000 euro che percepiranno tra 40 anni gli attuali ragazzi italiani e gli emolumenti che percepiscono ora i 4.207 amministratori provinciali (ovvero i 107 presidenti, i 107 vice, gli 863 assessori, i 107 presidenti dei consigli ed i 3.023 consiglieri, per un costo di 119 milioni di euro annui) assomiglia sempre di più alla distanza che esiste tra quello che vogliono gli elettori e quello che è in grado di dare il PD. Il vento cambia, ma la sensazione è sempre più quella che, anziché alzare le minigonne, alzerà un bel po' di sederi dagli scranni del Parlamento, visto che siamo sempre di più quelli che non ne vogliono più sapere di votare PD.

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